Vi racconterò di questa esperienza il prima possibile, intanto vi lascio la poetica!
Le fotografie sono di Andrea Zampatti
Titolo: La persistenza della memoria
“Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” Cesare Pavese
L’ispirazione nasce dall’importante e dilagante fenomeno dell’emigrazione italiana verso le Americhe che, a partire dall’ultimo ventennio del XIX secolo, coinvolse migliaia di persone.
Le autorità consolari riferivano che ai primi del Novecento numerose comunità abruzzesi erano presenti in Pennsylvania, in Massachusetts, a New York, in Colorado e nello Utah e che al loro interno nascevano associazioni per l’aiuto reciproco, per i festeggiamenti religiosi e per la tutela del proprio dialetto.
Il figlio della montagna aquilana, oltre Atlantico, non abbandonava il fazzoletto rosso attorno al collo, il cappello a pan di zucchero, gli anelli dorati alle orecchie. Lavoravano nelle fabbriche industriali, o come agricoltori, ma fonti riportano che una parte di essi “si ostinava a voler esercitare alcune professioni ignote e non apprezzate dagli americani, come quelle di cantastorie, di suonatore d’organetto, di conduttore di cani e scimmie ammaestrate”.
Gli abruzzesi inoltre avevano una caratteristica peculiare: erano figli di un’emigrazione “perenne”, perché costante nei secoli, ma “temporanea”, perché contraddistinta dalla persistenza, nella mente dell’emigrante dell’idea di fare ritorno nella terra di provenienza.
La Sindrome di Ulisse, nota anche come “sindrome dell’emigrante con stress cronico e multiplo”, è una condizione psicologica che può colpire chi si trova lontano dalla propria terra d’origine. Il sogno del ritorno a casa è un’esperienza universale dell’emigrazione, spesso radicata nella nostalgia, nel sacrificio e nel desiderio di ricongiungersi con i propri affetti. Questo vissuto si traduce in un percorso intimo e, talvolta, in scelte di vita complesse.
Ho voluto raccontare il momento della partenza sovrapposto a quello del ritorno, due fasi diverse della vita che si fondono, e il medesimo scoramento che accompagna chi lascia la propria terra da giovane si ritrova nel volto di chi ha la fortuna di tornare, in tarda età, trovando però un paese cambiato (ma anche gli occhi sono nuovi).
L’atmosfera dell’opera rimanda ad un secolo fa (senza particolari riferimenti territoriali) ma il messaggio vuol essere attuale. Noi italiani siamo un popolo di emigranti e le nostre identità si sono arricchite dall’incontro con gli altri. Questo vorrei che succedesse anche oggi nei confronti di chi arriva nel nostro paese. Un invito a custodire la memoria senza imprigionarla, a comprendere l’Altro senza assimilarlo, ad abbracciare la molteplicità senza negare le differenze.


















