Ora posso pubblicare solo la poetica dell’opera realizzata a Nuvolera lungo 27 intensissimi giorni, ma vi racconterò di quest’impresa lungo l’autunno, appena avrò un momento per fermarmi. Intanto grazie ad Andrea e Anna Maria Massolini di Euromas per aver accolto la mia poetica, a Fabio Fedele e Nicolò Belandi per l’aiuto, ad Andrea Zampatti per le fotografie (ad Andrea Fanelli per le ultime tre fotografie), alla Trattoria Gardesana e a tutti voi per i vostri messaggi e il sostegno. Ci sentiamo presto, io sto partendo di nuovo!

Da dove veniamo, dove andiamo, chi siamo?

Il titolo è una citazione (seppur modificata) della celebre opera che Gauguin dipinse nel 1897, considerata il suo testamento spirituale, e rimanda fondamentalmente ai tre grandi interrogativi esistenziali dell’umanità.

Queste domande esplorano la natura dell’essere, il significato della vita e il nostro destino. La filosofia cerca di definire chi siamo come individui e come parte di un gruppo, analizzando concetti come coscienza, libertà, etica. La riflessione che parte dalle domande sulla nostra origine giunge poi inevitabilmente a speculazioni sul significato della morte e sul trascendente. È un punto fermo che ci definisce, che pesa e contemporaneamente libera.

La scelta di chiudere con il “Chi siamo?” è centrale ma non è detto che l’ordine delle scene sia logico, tutt’altro. L’opera non richiede una lettura da sinistra a destra ma lascia che liberamente l’osservatore scelga dove soffermarsi perché è come se fosse un nastro circolare che è stato srotolato. Il “Chi siamo” può essere in ciascuna delle tre scene perché tutte definiscono diversamente pensieri sulle origini. Il “Dove andiamo” può essere scorto nel dinamismo centrale che vede una riflessione di tipo ambientalista sulla tutela, ma può essere rintracciabile anche nella parte a destra che si sofferma dolente sulla perdita e sul sogno. Dalla morte si torna alle radici e alla memoria dei propri cari, al bene per il prossimo e così via.

Il senso finale e che ciò che conta non è la risposta, ma la domanda, la profondità della ricerca in sé.

La scena si svolge in una sorta di Eden, un locus amoenus in cui uomini e animali convivono pacificamente immersi nella Natura, mentre il Cervino alle spalle crea uno sfondo surreale e lunare. Il tempo che stiamo vivendo è drammatico, imprevedibile, inatteso, ingovernabile, lancia interrogativi. Per questo ho voluto creare un ambiente sospeso ed abitato da personaggi enigmatici, metafore dell’esistenza e delle fasi della vita.

La donna anziana rappresenta le radici e volutamente porta un albero nella borsa (unitamente al ricordo di chi è scomparso ma sempre presente). È immobile e riflette con lo sguardo rivolto al passato. Un bambino assorto si appoggia su un grande libro che riporta in copertina un’incisione che ritrae Pitagora e Filolao (un omaggio alla cultura e soprattutto all’educazione che è strettamente legata alla ricerca sul “Da dove veniamo”). Non si accorge che uno scoiattolo curioso è fermo davanti a lui. Al centro una ragazzina preoccupata abita una barca senza remi, abbraccia un’oca e nasconde un agnello. I suoi capelli mossi dal vento ospitano farfalle vive e nella barca si vedono libri accatastati, uno strano visore, una melagrana (simbolo di fortuna e medesimamente di concordia) e alcuni fiori semi appassiti. Il mare diventa terra e cielo contemporaneamente, non ha confini. La lanterna appesa all’imbarcazione illumina un neonato che dorme al sicuro nascosto nell’incavo di un grande ramo. È vegliato da un martin pescatore. A destra il ramo si fa enorme e ospita una donna che tiene fra le mani dei fiori di magnolia, una dalia, un cuore umano. Non è consapevole che accanto ai suoi piedi è accoccolata una lince che guarda all’osservatore. È un animale selvatico misterioso, considerato da molte culture profetico, ed è l’unica, con il bambino, a guardarci. Un monito?