Il 20 maggio sono partita in direzione Padova, per prendere parte alla Biennale di street art Superwalls, evento curato da Carlo Silvestrin.

Ho passato tamente tanto tempo a dipingere sul cestello che non ho grandi racconti da farvi stavolta, ossessiva compulsiva sul mio progetto e con le caviglie gonfie come galleggianti.

Il pezzo che ho realizzato è un’anamorfosi di 180 m2 su due pareti ad anagolo retto e si trova in via Sanudo 2 presso l’Ist. comprensivo san Camillo de Lellis.

L’opera – intitolata Animata contemplazione – si lega al tema del rispetto ispirata dalla sua etimologia latina: respectus, guardare indietro, guardare di nuovo; nel mio caso riguardare, osservare con occhi nuovi, ridipingere, soprattutto custodire.

Abusato a livello teorico, il rispetto nasce da un momento di riflessione spontanea, un fenomeno di intima volontà, significa prendersi cura in maniera consapevole dell’altro, sia esso una persona, un pensiero o l’ambiente che viviamo. Per sperimentarlo è imprescindibile accogliere i tempi e i limiti delle emozioni e delle attese altrui, ma anche i propri, pescando nel proprio essere per rendere più lucide le alterità.

La composizione si dipana su due pareti ad angolo retto e presenta tre figure femminili.

Un’enigmatica ragazza velata sta dipingendo il ritratto di una donna anziana ma il suo sguardo vaga altrove, come adombrato da quel qualcosa di inconoscibile che inevitabilmente si abbarbica ai ricordi. Nel frattempo abbraccia una bambina che ci guarda ma volta le spalle alla cornice che contiene il dipinto. Forse non sa che esiste, forse è altrove.

Sono due (tre o più?) spazi temporali diversi vivificati da un ricordo. La figura canuta emerge letteralmente dalla cornice e attraverso le sue mani nodose sembra proteggere un ramo fiorito che raggiunge le estremità della stanza. Sul ramo fiori e germogli, un’ape regina, un macaone e una ghiandaia blu.

L’ape è posata sui capelli della ragazzina ignara, la farfalla su uno dei fiori più rigogliosi, tutto è garbato.

La ghiandaia è capace di memorizzare i suoni che sente e imitarli alla perfezione e per questo ho voluto che fosse un simbolo di narrazione temporale, come una sorta di traghettatrice.

Chi sono le tre donne? Madre, figlia e nipote? Oppure no? Chi è la velata dubbiosa, una metafora? Un trait d’union simbolico fra nonna e nipote? E se si trattasse di un multiverso? Se fossero tutte e tre la stessa persona, da bimba, adulta e anziana? Non importa.

Eppure la scena resta misteriosa. Una natura che attraversa lo spazio fra il passato e il futuro facendo da ponte, una stanza surreale, una tensione che sfiora l’aporia.

Un luogo dal brusio silenzioso che vorrebbe essere una culla dedicata ai sogni irrealizzati, agli esuli, ai viaggiatori, un ideale che mescoli ossessioni di tolleranza, dignità, memoria e narrazione.

Il pezzo in fondo è un omaggio alla profonda connessione fra le cose che a volte sperimentiamo vivendo, all’esistenza di un’unità nascosta e cauta e ai suoni impercettibili che produce, come in un’animata contemplazione.

Grazie allo staff della Biennale, ai fantastici artisti incontrati a Padova e alla scuola san Camillo de Lellis (in particolare a Rosa e Angela).

Un grazie speciale a Fabio Fedele per l’aiuto nella realizzazione dell’opera e per il supporto psicologico : )

Le fotografie fotografie che vedete di seguito sono di Andrea Zampatti, tranne le ultime quattro, relative ai primi giorni di creazione del pezzo, che sono di Mirco Levorato.

Vi lascio anche il link con un’intervista rilasciata a Valeria Vantaggi di Vanity Fair sul lavoro creato a Padova e col mio punto di vista sull’arte urbana:

https://www.vanityfair.it/article/street-art-vera-bugatti

My piece for the biennale Superwalls in Padua (Italy) is related to the theme of respect inspired by its Latin etymology: respectus, to look back, to look again; in my case to look at, to observe with new eyes, to repaint, above all to preserve. The title is “Animated contemplation”.

The composition unfolds on two walls at right angles and presents three female figures.

An enigmatic veiled girl is painting the portrait of an elderly woman but her gaze wanders elsewhere, as if overshadowed by that unknowable something that inevitably clings to her memories. In the meantime she embraces a little girl who looks at us but turns her back to the frame containing the painting. Maybe she doesn’t know it exists, maybe it’s elsewhere.

They are two (three or more?) different temporal spaces enlivened by a memory. The white-haired figure literally emerges from the frame and through his gnarled hands he seems to protect a flowering branch that reaches the ends of the room. On the branch flowers and buds, a queen bee, a swallowtail and a blue jay.

The bee is placed on the hair of the unaware girl, the butterfly on one of the most luxuriant flowers, everything is polite.

The jay is capable of memorizing the sounds it hears and imitating them perfectly and for this reason I wanted it to be a symbol of temporal narration, like a sort of ferrywoman.

Who are the three women? Mother, daughter and granddaughter? Or not? Who is the veiled doubter, a metaphor? A symbolic trait d’union between grandmother and granddaughter? What if they were a multiverse? If they were all three of the same person, as a child, as an adult and as an old woman? It does not matter.

Yet the scene remains mysterious. A nature that crosses the space between the past and the future acting as a bridge, a surreal room, a tension that borders on aporia.

A place with a silent buzz that would like to be a cradle dedicated to unfulfilled dreams, exiles, travellers, an ideal that mixes obsessions of tolerance, dignity, memory and narration.

The piece at the bottom is a tribute to the profound connection between the things we sometimes experience while living, to the existence of a hidden and cautious unity and to the imperceptible sounds it produces, as in an animated contemplation.