Aut Aut, my 6×12 m mural in Brescia, Italy

Scrivo ora, a quasi un mese di distanza, il mio post dedicato ad Aut Aut. Ho dovuto lavorare ad altri progetti ma avevo anche bisogno che l’opera in qualche modo si sedimentasse, prima di parlarne.

I media le hanno dedicato tanto e dopo le interviste mi sembra di non avere nulla di profondo da aggiungere. Perciò scrivo col cuore, senza attenzione alla lingua. Cerco di essere un po’ meno noiosa del solito, godetevi l’occasione!

Un pezzo di 6×12 metri, non enorme rispetto ad altri lavori realizzati ma sicuramente imponente per Brescia. Il quartiere san Bartolomeo, vicenda interessante e complessa, una zona residenziale nella quale degrado e recupero convivono a breve distanza.

Via Abbazia è stata scelta dagli organizzatori del Link Urban Art Festival, Giovanni Gandolfi e Mattia Talarico (artisti, prima di tutto) coi quali è nata una bella amicizia. Sarà perché li ho schiavizzati per 9 giorni? In realtà le risate sono state fragorose, un misto di stanchezza e ottimismo. Questi due ragazzi fantastici mi hanno convinto, dopo aver sentito ripetuti commenti negativi (o decisamente prosaici) da parte della gente, che ‘alla fine’ li avremmo conquistati, se non tutti almeno alcuni.

Avevano ragione. Pian piano sono giunti gli apprezzamenti, le domande, i cadeaux. E poi sono arrivati i bambini della scuola dell’infanzia con i loro interventi epici e soprattutto i disegni, che condivido qui. Hanno compreso lo spirito dell’opera con una freschezza unica. Sono passati gli studenti dell’Olivieri, ragazzini delle scuole della zona, ragazzi del centro diurno, anziani che ragionavano sul senso della vita e raccontavano il loro vissuto. Anche richieste assurde e proposte per muri limitrofi, alla fine erano contenti, perché non dipingere anche attorno?

Infine tanti amici intenti a convincermi che, dopo anni che aspettavano un mio lavoro in città, il pezzo non sarebbe potuto non piacere. Impossibile, secondo loro. ‘Ma che problemi hanno? Che fastidio può dar loro un dipinto come questo?’ mi dicevano, preoccupati che mi prendesse lo sconforto! (In testa ai sostenitori la mia Laura Baronio, sodale e protettrice e la mitica Chiara Provinciale, coi suoi passaggi giornalieri. Ma anche gli affezionati Manuel Venturi, Alice Podestini, Madda Carnaghi, Stefania Boniotti, Alberto Mancini, Giovanni Desimone, Bone).

Sacrosanto invece, secondo me, che ciò che faccio possa anche non incontrare il gusto delle persone. Fondamentalmente volevo che l’opera trasmettesse un messaggio, come ogni volta che creo qualcosa.

Se il significato di Aut Aut avesse raggiunto anche solo un decimo dei passanti, sarei soddisfatta. Del resto m’importa relativamente.

Parte dei residenti del palazzo ha detto che non gli piaceva l’idea di essere “chei de la ca’ de la echa”. Hanno detto che in un quartiere di anziani era ‘fastidioso’ vedere una ‘vecchia’.

Io spero che qualcuno cambi idea, che lo dicano con un sorriso “me sto le’ ndo ghe la ca’ co la echa”. Che i nonni la raccontino ai nipotini, che nel parco nascano storie dedicate a la ca’ de la echa (come ha scritto la mia cara Emanuela Troncana), ai tempi che furono, ai valori che restano.

Quella di San Bartolomeo è stata un’esperienza significativa. Devo confessare che avevo avuto inizialmente un’idea diversa per la bozza, più dinamica o grottesca, molto più forte.

Della versione edulcorata non ero convinta fino in fondo. Invece ha trasmesso il messaggio più accuratamente di come avrebbe fatto l’altra, toccando lievemente i sentimenti.

La signora Piera, ultranovantenne, ci apriva ogni mattina il cancello con dolcezza. Alla fine abbiamo scoperto che la sua camera da letto era a contatto con il dipinto, proprio dalla parte del cuore. Quale custode migliore? Trovavamo che somigliasse un po’ alla donna del dipinto, ma a quanto pare la signora di Aut Aut ricorda davvero le nonne di tanti, ed è proprio così che volevo finisse la storia.

Circa la famosa ‘poetica’ dell’opera, avevo scritto questo testo:

Una gigantesca e canuta figura femminile regge un bastone su cui è posata una strana ghiandaia. L’uccello porta nel becco una minuscola sveglia ammaccata, specchio neutro di caducità, teatro miniaturizzato delle ossessioni umane.

Al bastone è appesa una bilancia sgangherata che compara il peso di un cuore umano a quello di un sacco pieno di soldi, una sorta di psicostasia ribaltata che sostituisce la piuma di Maat con il senso del possesso, oggi così subdolo e radicato.

E’ l’avere che prevarica l’essere, cui dovremmo invece intimamente aspirare.

E’ un’opera simbolica. Suggestioni che vanno dal Libro dei morti egizio a Eschilo, dagli esperimenti d’inizio Novecento sul peso dell’anima a Iñárritu, dalle iconografie dell’Arcangelo Michele a Paul Auster.

Oppure, semplicemente, una riflessione amara da cui non possiamo esimerci: quanto in fondo pur nel nostro piccolo siamo complici di sofferenze altrui, di un pianeta al collasso, di discriminazioni e disuguaglianze, di morti innocenti.

Speranza, rassegnazione? Preferirei dire consapevolezza che esiste un’alternativa e che non è troppo tardi per cambiare.

Volevo che il dipinto parlasse di tutto questo ma senza narrazione, che rappresentare un monito, personificato dalla donna con le mani rugose che è tutto il contrario di un giudice enigmatico, quasi pesasse con coraggio per primo il suo stesso cuore.

Dipingo spesso opere anamorfiche con le quali interagisco. Questa volta non ci sono illusioni ottiche, l’interazione è principalmente metaforica.

Mi piace pensare alle persone che, alzando un braccio, si aggrappino simbolicamente al piatto destro (che sarà circa ad un 1 metro e 60 da terra) per far pendere la bilancia dalla parte del cuore, come a ribadire: restiamo umani.

Ringrazio in primis Giovanni e Mattia (encomiabili) di True Quality per avermi coinvolta nel progetto, poi gli sponsor e i sostenitori del festival (Fondazione comunità Bresciana, Fondazione ASM, Associazione Culturale Technè, Franchi&Kim, Nanni Nember, Comune di Brescia), chi ha collaborato (Coop. Il Calabrone e Carme), chi ne ha parlato sui quotidiani (soprattutto grazie ad Anna Castoldi ed Emanuele Galesi) e in radio (Radio Onda d’Urto con Defrag, grazie a Marta Vitali e Luigi Filippelli). Grazie anche a Fabio Fedele (lui sa perché).

Infine grazie a tutti quelli che sono passati a portare un sorriso quando dal cestello salutavo con la manina come la regina Elisabetta imbragata.

Non resta che passare la palla a 108 e a Saddo per i due successivi interventi del Link Urban Art Festival. In settembre poi inaugureremo insieme una mostra a Carme, state sintonizzati.

Di seguito links di articoli e il podcast di Defrag. La fotografia finale è di Andrea Zampatti, che ringrazio per infinite cose.

http://defrag.radiondadurto.org/2019/03/29/defrag-3-09-natura-e-tempo-andrea-zampatti-vera-bugatti/?fbclid=IwAR1y4zf0-t4Wh–C13GwHF6wGN-H4FaLb5lX_WrncXp4uyoCSsnoBlFh48w

https://www.bresciaoggi.it/territori/citt%C3%A0/lo-sguardo-di-aut-aut-vigila-su-san-bartolomeo-1.7200057

https://www.giornaledibrescia.it/tempo-libero/nascita-di-un-murale-a-tu-per-tu-con-l-artista-vera-bugatti-1.3347404

https://www.giornaledibrescia.it/tempo-libero/il-nuovo-incredibile-murale-di-vera-bugatti-a-brescia-1.3345875

https://www.bresciaoggi.it/territori/citt%c3%a0/essere-o-avere-chi-passa-di-qui-scelga-i-sentimenti-1.7197389

https://www.bresciaoggi.it/territori/citt%c3%a0/sanpolino-carmine-san-bartolomeo-colori-su-brescia-la-citt%c3%a0-dei-murales-1.7197433

https://www.giornaledibrescia.it/tempo-libero/ecco-come-procede-il-grande-murale-bresciano-di-vera-bugatti-1.3346393

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A few text on the meaning in english:
“A giant old female holds a stick on which a strange jay is placed. The bird carries in its beak a tiny dented alarm clock, neutral mirror of transience, miniaturized theater of human obsessions.
On the stick hangs a rickety balance that compares the weight of a human heart to a sack full of money, a sort of overturned psychostasis that replaces the Maat feather with a sense of possession, so sneaky and rooted today.
It is the ‘having’ that prevails over ‘being’, to which we should instead aspire intimately.
It is a symbolic work. Suggestions ranging from the Egyptian Book of the Dead to Aeschylus, from the experiments of the early twentieth century on the weight of the soul to Iñárritu, from the iconographies of the Archangel Michael to Paul Auster.
Or, simply, a reflection from which we cannot avoid: in the end, even though we are small, we are accomplices of others’ suffering, of a collapsing planet, of discrimination and inequality, of innocent deaths.
Hope, resignation? I would prefer to say that there is an alternative and that it is not too late to change.
I wanted the painting to talk about all this but without narration, that to represent a warning, personified by the woman with wrinkled hands that is the complete opposite of an enigmatic judge, almost weighed with courage first her own heart.
I often paint anamorphic works with which I interact. This time there are no optical illusions, the interaction is mainly metaphorical.
I like to think of people who, lifting an arm, symbolically cling to the right plate to tip the scales on the side of the heart, as if to reaffirm: let’s remain human!”

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